IGI, Loredana Prosperi: “Diamanti sintetici è assurdo certificarli con le stesse categorie dei naturali”

«Manca chiarezza nel settore come nel corallo: spesso si fa confusione tra quello prezioso e quello di barriera corallina»

«Non si può paragonare un prodotto naturale a uno industriale. Per questo non riteniamo corretto certificare le stesse caratteristiche».
Loredana Prosperi, responsabile del laboratorio dell’Istituto gemmologico italiano, spiega così la scelta. Una decisione differente da quella di altri laboratori, come quello internazionale di Anversa, ma della quale la gemmologa è assolutamente convinta, anche in nome della chiarezza.
«Esiste una norma Uni, che recepisce le indicazioni della Cibjo – spiega – che dice di caratterizzare il diamante sintetico aggiungendo la sigla DS. Per ora, però, abbiamo deciso di limitarci a identificare il materiale, naturale o sintetico, e di certificare solo il primo».

Il quadro, secondo Prosperi, è già abbastanza confuso, soprattutto nei confronti dei consumatori, complici anche i termini utilizzati per descrivere quelli di laboratorio.

Loredana Prosperi. Responsabile del Laboratorio di Analisi

«Il consumatore finale fatica a capire la differenza e le terminologie spesso non sono chiare.
Quanti sanno cosa significa diamante “lab grown”?
Molte volte, poi, le pietre sintetiche sono descritte come “etiche”, “sostenibili” o “ecologiche” e da un punto di vista del marketing lo capisco, ma anche queste caratteristiche andrebbero certificate da un ente terzo, altrimenti è come chiedere all’oste se il vino è buono…».


E per quanto riguarda i naturali, continua, il discorso è decisamente più ampio rispetto a quello messo in campo dai loro detrattori. «Si mostrano le miniere per sostenere che non è ecologico, ma a farlo è chi magari ha sempre il telefonino in mano e non pensa alle guerre causate dalle materie prime per realizzare le batterie. Senza contare che molte comunità hanno migliorato il proprio livello di vita grazie all’estrazione e che anche nel settore minerario ci sono progetti innovativi di cui non si parla».

La concorrenza, insomma, è tutt’altro che cristallina. E valutare le caratteristiche di due pietre di origine diversa non sarebbe corretto. «Anche i diamanti sintetici possono avere inclusioni, ma negli ultimi tempi i procedimenti sono molto migliorati e vista l’assenza di azoto è facile ottenere pietre incolori o renderle tali attraverso trattamenti ad hoc. Mettere sullo stesso piano una pietra prodotta dalla natura e una frutto della tecnologia non ha senso».

La chiarezza, però, non manca solo nel settore del diamante, anzi la disinformazione nel campo del corallo è piuttosto diffusa, anche da media importanti e autorevoli.


«Purtroppo spesso si fa confusione tra quello prezioso e quello della barriera corallina. Quest’ultimo, di superficie, minacciato dall’acidità degli oceani; il primo – quello prezioso – raccolto in quantità stabilite per legge oltre i 50/70 metri di profondità per quanto riguarda il rubrum e alcuni addirittura a 1.000 metri e oltre. Confonderli è assurdo, ma purtroppo spesso si cavalcano le tematiche del momento, senza approfondire gli argomenti che non si conoscono. Su questo stiamo cercando di fare formazione, perché si rischia di rovinare un settore».

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