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Diamante sintetico? Una bella alternativa al bijou ma niente a che vedere con il naturale

Il sondaggio di Preziosa Magazine evidenzia come il lab grown diamond comincia a trovare una sua collocazione sul mercato. Niente però a che vedere con la blasonata pietra naturale, e attenti ai “furbetti del diamantino”

“semi di diamante” che diventeranno diamanti coltivati ​​in laboratorio (©Lightbox)

Il diamante sintetico? Conosciuto, apprezzato come gioiello modaiolo, etico ed economico, ma non per un regalo importante. Insomma, una bella alternativa al bijou da comprare per se stessi, ma nella quale non investire più di 500 euro.

È un quadro estremamente polarizzato quello che emerge dal sondaggio lanciato da Preziosa Magazine per analizzare la risposta dei consumatori italiani a un prodotto sempre più presente, anche se forse ancora abbastanza di nicchia. Da un lato il diamante naturale, ritenuto autentico e ancora legato ai momenti importanti e a un concetto di rarità ed esclusività che fa sentire “speciale” chi lo riceve; dall’altro quello lab grown, visto come un acquisto d’impulso, fashion e a basso prezzo, privilegiato rispetto al “cugino” estratto da quei consumatori che lo ritengono più etico ed ecologico.

Abbiamo fatto commentare questi dati a quattro esperti del settore.

I RISULTATI.

I primi dati che saltano all’occhio sono la conoscenza della materia e la propensione all’acquisto: il 95,2% degli intervistati, infatti, afferma di conoscere il diamante di laboratorio e solo il 40,5% esclude di acquistarlo. Al netto di un 8,3% che non ha ancora deciso, il 51,2% dà una possibilità al nuovo. Il 20,2% afferma infatti di essere interessato e che potrebbe valutare di acquistarlo, il 17,9% li acquisterebbe e il 13,1% l’ha già fatto.

Perché l’ha comprato o lo farebbe? Il prezzo la fa da padrone. Il 52,4% (erano possibili risposte multiple) è mosso infatti dal costo inferiore, mentre rispettivamente il 16,7% e il 9,5% hanno risposto che lo sceglierebbero perché è più etico o green.

E chi invece lo rifiuta? A tenere lontano il 52.4% è il fatto che non mantengano il loro valore, mentre il 38,1% non li vuole perché non sono rari e l’11,9% non li considera etici o sostenibili.

Ma è sull’attribuzione delle diverse caratteristiche che si nota particolarmente la polarizzazione. Il diamante naturale, infatti, è definito autentico (68,7%), adatto a un regalo importante (62,7%), romantico (24,1%) e chi lo riceve dice di sentirsi importante (27,7). Nessuno considera invece il lab grown autentico e pochi lo reputano romantico (3%), adatto a un regalo importante (6,1%) o si sentono speciali aprendo la scatolina del gioielliere (4,5%).

D’altro canto un terzo degli intervistati lo definisce moderno (30,3%) modaiolo (33,3%) e adatto a un regalo impulsivo (30,3%), mentre il 22,7% pensa che sia nuovo ed etico, il 16,7% green e il 15,2% divertente, tutte caratteristiche che hanno percentuali irrisorie nel naturale.

Dati che vanno a braccetto col fatto che il 62,5% lo comprerebbe per sé e solo un quarto degli intervistati per il partner (26%) o per gli amici (25%) mentre i parenti si fermano al 14,1%. E anche con le “alternative” valutate. Il 61,3% acquisterebbe infatti il lab grown in alternativa a un bijou, il 10,7% a un capo di abbigliamento e il 9,3% a un articolo di pelletteria. Un intervistato su tre (34,7%) lo comprerebbe invece al posto di un diamante naturale.

Ma quanto sarebbero disposti a spendere i nostri consumatori per un diamante sintetico? Il 67,1% non oltre 500 euro e il 17,1% fino a mille (in tutto l’85,2% del totale), mentre l’8,7% si spingerebbe fino a duemila e il 7,1% oltre.

Infine il rapporto col gioielliere, che solo pochi (6,3%) lascerebbero se il loro lab grown perdesse di valore: il 65%, infatti, non cambierebbe opinione sul venditore, mentre il 20% avrebbe meno fiducia, il 7,6% non è sicuro che comprerebbe ancora lì.


«La pietra naturale è vista come rara, unica e quindi preziosa e romantica, caratteristiche che il sintetico non può avere»

Luigi Cosma
presidente Borsa Diamanti d’Italia

Critico soprattutto sulla questione dell’eticità del diamante di laboratorio Luigi Cosma, presidente della Borsa Diamanti d’Italia, non sorpreso, invece, dal fatto che la maggior parte scelga quelli naturali per i regali importanti.

La pietra naturale è vista come rara, unica e quindi preziosa e romantica, caratteristiche che il sintetico non può avere. Per questo ritengo non possa arrivare a sostituirlo. Credo prenderà il posto di altri materiali, che hanno una minore resa, ritagliandosi una sua nicchia di mercato. È quindi coerente che i consumatori lo considerino per il prezzo basso. Chi lo acquista in alternativa al naturale, invece, immagino lo faccia perché ritiene che sia più etico o sostenibile, mentre non è nessuna delle due cose“.

«Il diamante naturale – continua – è visto come non etico sulla base di una concezione vecchia e di una cattiva informazione che continua a essere spinta ad hoc. La filiera, infatti, dà da mangiare e porta benessere a milioni di persone, basta vedere quanto è stato fatto in Africa, mentre il sintetico è fatto da pochi per arricchire pochi. E l’altissimo consumo energetico per produrlo lo rende tutt’altro che ecologico, anzi a parità di carati le emissioni di anidride carbonica sono superiori del 40%“.

Un problema che come Borsa diamanti Cosma conosce bene è quello dei “furbetti del diamantino” che mischiano naturale e lab grown. “È capitato, per questo è importante che ci siano chiarezza e trasparenza e l’origine di laboratorio dovrebbe essere indicata sulla cintura di ogni pietra, come fa De Beers, anche se su quelle piccole non è semplice. Chi cercherà di montare un sintetico e rivenderlo come naturale ci sarà sempre, per questo è importante che ci siano laboratori gemmologici attrezzati e affidarsi a persone competenti e di fiducia che possano garantire quello che vendono come gli associati alla Federazione mondiale delle borse diamanti“.


«È abbastanza chiaro, insomma, che non è un prodotto di valore, ma un’alternativa al bijou. Chi lo compra al posto del diamante naturale lo fa per una questione economica»

Loredana Prosperi
Istituto Gemmologico Italiano

Voce autorevole, sul versante dei laboratori gemmologici, è senz’altro quella di Loredana Prosperi, direttore e responsabile del laboratorio di analisi dell’Istituto Gemmologico Italiano. “Con Federpreziosi abbiamo iniziato a parlare di diamanti sintetici ancora cinque anni fa, in un road show che ha toccato oltre 20 città. La gente sa cosa sono, anche se poi probabilmente non è in grado di distinguerli. Sicuramente, anche per il prezzo inferiore, è portata a vederlo come un gioiello non impegnativo, legato alla moda e non per le grandi occasioni. È abbastanza chiaro, insomma, che non è un prodotto di valore, ma un’alternativa al bijou. Chi lo compra al posto del diamante naturale lo fa per una questione economica o perché lo ritiene erroneamente più etico ed ecologico“. Argomento sul quale Prosperi condivide il pensiero e l’analisi della situazione fatta da Cosma. “Chi pensa che sia sostenibile perché non viene estratto – è la sua provocazione – rinuncerebbe al cellulare, perché per produrlo vengono utilizzati minerali provenienti da miniere, per le quali si sono fatte guerre?“.

Riguardo al pericolo di contaminazione o commistione tra diamante sintetico e naturale, invece, non è preoccupata per quanto riguarda l’Italia. “Nel mêlée non ci è mai capitato di trovare più di una pietra su 200, che può esserci finita accidentalmente durante uno dei passaggi, anche perché ciò che arriva in Italia è spesso già attentamente controllato. Per quanto riguarda invece il montato, chi arriva a far analizzare la pietra e ha brutte sorprese è più il privato che pensa di aver trovato l’affarone in internet e non si accorge che invece è descritto come sintetico. Non ho mai trovato un gioielliere che abbia venduto uno per l’altro, mentre sono loro che vengono a farci controllare merce di nuovi fornitori, da parte dei quali non sempre c’è chiarezza. Per questo serve conoscenza della filiera“.


«Il naturale è indubbiamente più romantico e dà un’altra emozione, ma c’è una notevole differenza di prezzo. Dall’altro lato, il sintetico più sarà affinata la tecnologia, meno costerà»

Giuliano Castrenze
World Diamond Group/Xdiamond

Non particolarmente sorpreso dalla maggior parte delle risposte Giuliano Castrenze, coinvolto in doppia veste, come titolare sia di World diamond group che di Xdiamond, cioè di due aziende che propongono rispettivamente diamanti naturali e lab grown. “Le risposte sono in linea con la situazione che riscontriamo nei negozi – afferma – L’unica cosa che non mi sarei aspettato è quel 51% che ha acquistato il sintetico o è interessato a farlo, perché si tratta ancora di un mercato abbastanza pionieristico, anche se in crescita, soprattutto tra gli under 30, mentre con l’aumentare dell’età perde di attrattività e non viene più considerato. Il naturale è indubbiamente più romantico e dà un’altra emozione, ma c’è una notevole differenza di prezzo. Dall’altro lato, il sintetico più sarà affinata la tecnologia, meno costerà, andando a prendere il mercato della bigiotteria e dell’accessorio, quindi chi l’ha comprato ora pagherà questo scotto; il destino del naturale è al contrario di aumentare di valore, perché diventerà sempre più raro“.

Sulla questione etica e ambiente, la sua visione è affine a quella di Cosma e Prosperitanto che noi non l’abbiamo mai veicolato come diamante sostenibile, ma li consideriamo come due mercati paralleli, con consumatori differenti, che hanno diritto ad essere accontentati. Chi vuole il lab grown è giusto che lo trovi“.


«Il diamante sintetico credo possa andare al di là dell’alternativa al bijou. Da un lato, infatti, può rappresentare un “gioiello da viaggio” (…) dall’altro può rappresentare un primo passo per i più giovani»

Sergio Sorrentino
E-motion

Doppia parte in causa anche Sergio Sorrentino, di E-Motion, colpito soprattutto da un dato: “Apprezzo quel quasi 12% che capisce che il lab grown non è più etico del naturale, composto evidentemente da persone bene informate“.

Per il resto, nemmeno lui è particolarmente sorpreso dalla polarizzazione emersa dal sondaggio. “È un’analisi che sposo appieno, ritenendo che per quanto riguarda la fascia di prezzo ci sia anche chi è disposto anche a spendere di più per una pietra più grande. Ma il diamante sintetico credo possa andare al di là dell’alternativa al bijou. Da un lato, infatti, può rappresentare un “gioiello da viaggio” per chi magari ha il diamante in cassaforte, ma non vuole rischiare portando in giro tutti i giorni qualcosa di quel valore; dall’altro può rappresentare un primo passo per i più giovani“. Il diamante di laboratorio, per l’imprenditore, può infatti essere attrattivo per la “generazione Instagram”. “Il mondo del gioiello giovane è dettato dal mondo kitsch dell’ostentazione della ricchezza rappresentata dal calciatore o dal rapper. In questo contesto, il diamante sintetico potrebbe essere un modo di imitarli. Poi, magari, crescendo possono arrivare a desiderare quello naturale, un po’ come accade con gli orologi. Presentato e spiegato bene al pubblico, insomma, il lab grown è un’opportunità, l’importante è che ci siano la massima chiarezza e trasparenza e mantenere l’etica della vendita“.

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