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Risorsa corallo, CIBJO mette a “sistema” il mondo scientifico. Anche Chanel non fa mancare il suo contributo

Liverino: “Il nostro prossimo obiettivo la creazione di un Centro Scientifico sui coralli (Csc) nella mia Torre del Greco”

Il mondo scientifico fa squadra per tutelare e preservare il corallo. A Napoli come a Montecarlo, Giappone, in Bahrain ed in Tailandia, gli scienziati sono da tempo impegnati nello studiare quello che fino alla metà del Settecento era considerata una pianta e del quale, invece, oggi si usa il DNA per certificarne l’appartenenza a una specie precisa.

Un lavoro, quest’ultimo, frutto dell’attività instancabile della Professoressa Anna Di Cosmo, dell’Università Federico II e della sua equipe, che a partire da un lavoro di ricerca durato due anni, ha permesso di arrivare a una certificazione ISO 9001 che consente di identificare a che specie di corallo appartenga quello utilizzato in un gioiello. Un’operazione non banale in un mercato nel quale la differenza tra corallo prezioso, pescato in profondità e limitato a otto specie, e le 1.600 che formano la barriera corallina e che non vengono utilizzate in gioielleria, è tutt’altro che chiara.

Di Cosmo, zoologa marina e coordinatrice del corso internazionale in biologia marina e acquacoltura, fa anche parte della c Commissione Corallo  di Cibjo, la Confederazione mondiale del gioiello, presieduta da Gaetano Cavalieri.


«Sostenibilità è la parola chiave e abbiamo pensato di dare un contributo pratico per rendere ancora più chiaro che i coralli preziosi occupano nicchie ecologiche diverse da quelle dei coralli di barriera, tramite un’identificazione specifica della specie»


NAPOLI


«Oggi “sostenibilità” è la parola chiave – sottolinea Di Cosmo – e abbiamo pensato di dare un contributo pratico per rendere ancora più chiaro che i coralli preziosi occupano nicchie ecologiche diverse da quelle dei coralli di barriera, tramite un’identificazione specifica della specie. In più il nostro laboratorio di identificazione e tracciabilità delle specie è catalogato dalla Comunità europea come Iso 9001».

«Abbiamo elaborato un protocollo di identificazione delle specie condotto direttamente sui gioielli, fornendo una certificazione che contiene l’albero filogenetico e la certificazione delle specie ISO 9001».

Anna Di Cosmo
Professore Ordinario di Zoologia, Università degli Studi di Napoli, Federico II

Compagni di viaggio in questo lavoro sono stati Ken Scarratt (Presidente della Commissione Perle), Loredana Prosperi responsabile del laboratorio l’IGI, del Danat l’istituto del Bahrain ed Enzo Liverino, Presidente della commissione corallo di Cibjo. «Abbiamo elaborato un protocollo di identificazione delle specie condotto direttamente sui gioielli – continua Di Cosmo – fornendo all’IGI ed al Danat una certificazione che contiene l’albero filogenetico e la certificazione delle specie ISO 9001. Questo è un elemento in più rispetto agli altri laboratori europei, che solo noi possiamo dare».

Un’operazione che può essere condotta sia sul corallo grezzo, che su un gioiello già montato, senza intaccarlo. «Ciò che ci auguriamo – sottolinea la docente – è che le aziende prendano in considerazione questa certificazione, per rassicurare i clienti sulla provenienza del corallo, perché il DNA non mente. Ma è una certificazione che può richiedere anche il gioielliere, o tramite l’IGI o direttamente da noi. Questa opportunità è stata inserita anche nel Blue Book del Cibjo e nella prossima edizione sarà inserito anche l’aspetto scientifico».

Sempre dal punto di vista scientifico l’università ha anche avviato un dialogo con il Centro scientifico di Monaco, diretto da Denis Allemand, che recentemente ha avviato anche una collaborazione con Chanel per finanziare la ricerca sul corallo prezioso del mediterraneo. Ma l’università Federico II ha anche un altro importante obiettivo: l’apertura di un Centro Scientifico sui coralli (Csc) agli ex Mulini Meridionali Marzoli di Torre del Greco, per portare l’attività scientifica proprio nella patria di questo materiale. «Se ne parla da tempo e lo scopo è realizzare, anche in collaborazione con Monaco, una sede dedicata al corallo in senso lato, per creare una “banca dei coralli” che crei buone pratiche per il ripristino e la conservazione di queste specie, che sia anche un punto di riferimento a livello nazionale e internazionale sia per gli scienziati che per il pubblico, come stimolo alla conoscenza di questi organismi».

MONACO


Un lavoro, quello di coltura e analisi, che il Centro scientifico di Monaco – partner scientifico del Cibjo – porta avanti da tempo, con decine di specie di corallo tropicale, di profondità, di acque temperate e prezioso, coltivate per essere studiate.

«L’ultima attività del Centro è lo studio del rapporto tra il corallo e gli organismi che vivono nel suo tessuto, il microbiota. Quello del rubrum è composto da batteri molto specifici, che sono gli stessi in differenti luoghi del Mediterraneo».

Dennis Allemand
Direttore del Centro Scientifico di Monaco

Ci sono 11.000 specie di Cnidaria: circa 8000 specie di Anthozoa e 2000 specie di Medusozoa. Nelle 8000 specie di Anthozoa ci sono circa 3000 specie di Octocorallia, 4300 specie di Hexacorallia (delle quali 1600 Scleractinans corals) e poche specie (meno di 100) di Ceriantha.

«Da 30 anni studiamo il processo di biomineralizzazione dello scheletro dei coralli, la loro fisiologia, e il rapporto di quest’ultima con l’ambiente circostante. L’ultima attività è lo studio del rapporto tra il corallo e gli organismi che vivono nel suo tessuto, il microbiota. Quello del rubrum è composto da batteri molto specifici, che sono gli stessi in differenti luoghi del Mediterraneo».

Il lavoro del centro ha però obiettivi differenti in base al tipo di corallo oggetto dell’analisi. «Per quanto riguarda quello del Mediterraneo è importante comprendere il processo di formazione dello scheletro, che è utilizzato in gioielleria, ma anche perché sia rosso e il peso sulla biomineralizzazione dei fattori ambientali e interni. Stiamo studiando un modo per promuovere la corallo-coltura, che portiamo avanti in piccole grotte marine artificiali, seguendo lo sviluppo dei coralli in diverse condizioni ambientali. L’obiettivo è sviluppare un modo di conservazione».

Altro obiettivo, invece, per quanto riguarda il corallo tropicale. «Il nostro scopo, in questo caso, è sviluppare un progetto per creare delle “conservatorie dei coralli” sfruttando gli acquari pubblici in giro per il mondo per coltivare in vitro coralli tropicali per salvare queste specie e in futuro reintrodurle nel mare, per ripristinare la barriera corallina. Per questo stiamo anche studiando come renderli più resistenti ai cambiamenti climatici».

Partner del Csm per le attività legate al corallo del Mediterraneo è una famosa maison del lusso, Chanel, che l’anno scorso ha firmato un accordo per creare un’Unità di ricerca sulla biologia del corallo prezioso. Un contributo importante per portare avanti questo lavoro. «L’azienda è interessata come noi a sviluppare la conoscenza del corallo mediterraneo per assicurarne la conservazione. Abbiamo costituito un’unità di ricerca per approfondire appunto il microbiota e la biomineralizzazione. Tutte le aziende stanno sviluppando una visione ambientale ed è importante che partecipino alla ricerca e condividano finalmente certe idee riguardo alla conservazione della specie. Che l’abbia fatto un marchio come Chanel è rilevante. Lavoriamo anche con i pescatori, perché lo scopo non è proibire la pesca, ma di creare processi affinché possa durare il più a lungo possibile».

CIBJO


In questo contesto è preziosissima l’azione anche politica e “normativa” portata avanti dal Cibjo, anche all’interno delle Organizzazioni internazionali, come racconta Enzo Liverino. «Come commissione corallo siamo partiti da zero per creare un Coral Blue Book, che serve a regolamentare le nomenclature, le classificazioni, i trattamenti, le origini etc. Questo libro è stato adottato dai grandi marchi per identificare i tipi di corallo, ma anche dalle Dogane, che utilizzano la guida a loro dedicata, stilata su richiesta dell’Agenzia delle dogane e tradotta poi in numerose lingue».

«Come commissione corallo siamo partiti da zero per creare un Coral Blue Book, che serve a regolamentare le nomenclature, le classificazioni, i trattamenti, le origini etc. Questo libro è stato adottato dai grandi marchi per identificare i tipi di corallo, ma anche dalle Dogane».

Enzo Liverino
Presidente della Commissione Corallo CIBJO

Ma la commissione a un certo punto ha voluto andare oltre. «Al Congresso Cibjo, organizzato a Bogota cinque anni, fa ci rendemmo conto che era il momento di diventare più operativi- continua Liverino – Iniziammo quindi una collaborazione con l’università Federico II, sia con il dipartimento di Economia e commercio, creando la blockchain del corallo per la tracciabilità, poi con la professoressa Di Cosmo, il cui lavoro ha permesso di identificare il DNA per individuare la specie con una precisione del 100%. Un risultato condiviso con IGI, Danat, il Gulf institute of gemology dell’Oman e l’ICAGemLab di Ken Scarratt a Bangkok. Con Mr. Scarratt (vicepresidente Commissione Corallo) abbiamo poi classificato i colori dei coralli del Mediterraneo, anche se non è stata ancora inserita nel Blue Book, perché va perfezionata per renderla fruibile dai gemmologi, dai gioiellieri e dai clienti finali. Con il dipartimento di gemmologia dell’università di Bangkok vogliamo poi studiare i basamenti marini idonei per la vita del corallo. Con il centro scientifico di Montecarlo stiamo infine analizzando i punti di forza del corallo mediterraneo, in modo da poter trasferire queste conoscenze sul corallo di barriera». E il centro del Principato sarà coinvolto anche nel progetto di Torre del Greco, che sta molto a cuore a Liverino. «A breve il Comune ci darà i locali per poter studiare e coltivare il corallo proprio nel luogo in cui questo è lavorato. Questo significherà anche la possibilità di scambi di studenti e ricercatori tra Napoli e Montecarlo e tramite loro entreremo nel gruppo fondato dal Principe Ranieri, che conserva i coralli con laboratori in tutto il mondo: una “banca dati” che può consentire di rimettere in coltura un corallo estinto. Tutto il lavoro che stiamo facendo dimostra che il corallo mediterraneo non è in estinzione, ma deve solo essere regolamentato nella pesca, cosa che già avviene, grazie alla normativa della General Fisheries Commission of Mediterranean della Fao, che è diventata legge europea. Infine, con Rui Galopim de Crvalho (anche lui vicepresidente Coral Commission) da vari anni Cibjo fa una enorme un’attività di comunicazione e formazione per portare chiarezza anche al consumatore finale». 

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