Aziende orafe ottimiste sulla chiusura dei bilanci, spinti dall’export, mentre sul 2023 prevale la prudenza. E la priorità resta il reperimento di manodopera. A dirlo è lo studio realizzato dall’ufficio studi di Intesa San Paolo per il Club degli Orafi e presentato come da tradizione a Vicenzaoro.

Ad illustrarli e commentarli il presidente Giorgio Villa, il past president Augusto Ungarelli e Stefania Trenti, responsabile dell’ufficio studi Isp.

Giorgio Villa

IL 2022. Le 40 imprese che hanno risposto al sondaggio effettuato a dicembre hanno affermato al 69% di aver rivisto al rialzo le proprie stime e di prevedere un aumento di fatturato. In particolare ad affermarlo è stato l’89% delle medio-grandi, mentre le medio-piccole si fermano al 69%.

Questo grazie al buon andamento soprattutto dell’estero, visto in crescita dal 66% delle aziende, con numeri maggiori tra i grandi (78%) contro un 58% delle piccole, mentre il mercato interno è in miglioramento per il 51% del totale (67% delle medio-grandi e 44% delle pmi).

A confermare questa visione, del resto, sono i numeri dell’export, cresciuto del 30% in valore e 11% in quantità sul 2021, che già era stato un anno positivo, e del 40% in valore e 16% in quantità sul 2019, ultimo anno prepandemia.

In questo contesto l’Italia si conferma sesto esportatore mondiale con il l’8,2% della quota di mercato totale (era il 5,2% dieci anni fa) e un consolidamento negli Usa, dove rappresenta il 12,7% delle importazioni di gioielleria in oro.

Augusto Ungarelli, Giorgio Villa e Stefania Trenti

LE PREVISIONI. Dati certamente positivi, anche se sul 2023 pesano delle incognite che fanno pensare a un rallentamento e generano prudenza tra le imprese: l’inflazione, i prezzi dell’energia e la crisi russo ucraina, sulla cui evoluzione non ci sono certezze e dopo la quale non si sa quali potranno essere gli equilibri. Se quindi a inizio 2022 il 69% delle imprese prevedeva un fatturato in crescita, oggi ad affermarlo è solo il 44%, diviso tra il 56% delle medio-grandi (contro però l’83% di un anno fa) e il 36% delle pmi (era il 64%). Meno discordanti le previsioni riguardo ai mercati. Un anno fa infatti il 66% prevedeva un aumento dell’export contro il 56% di oggi, mentre il calo riguardo alle vendite nazionali è dal 51% al 44%.

Guardando alle classi dimensionali, le grandi sono comunque più propense a guardare a una crescita sia nell’export (61%) che nel mercato interno (56%) rispetto alle piccole (48% e 36%).

«Le imprese sono più prudenti riguardo al 2023 – sottolinea Trenti – alla vigilia di un anno che si presenta complesso, anche se il 44% che si aspetta un fatturato in crescita è comunque un dato elevato e quelle più strutturate e presenti sul mercato internazionale sono ottimiste».

SPERANZE E CRITICITÀ. Cosa, secondo le aziende, potrebbe allora influenzare positivamente l’anno? In testa con il 56% di risposte la fine del conflitto Russia-Ucraina, seguito dalla ripresa del turismo internazionale (49%), dalle operazioni di crescita dimensionale o acquisizione (33%) e dal miglioramento della pandemia in Cina (27%). Le prime due voci sono soprattutto care alle pmi (68% e 60%), mentre in testa per le grandi c’è la crescita dimensionale (44%).

«Le imprese – continua Trenti – sperano che la fine del conflitto possa rappresentare l’elemento di svolta chiave per cogliere nuove opportunità sui mercati e questo è condivisibile, perché sarebbe un fattore che aiuterebbe a gestire meglio gli aspetti relativi all’inflazione e i costi dell’energia. Le Pmi ci contano ancora di più, perché sono quelle più legate al mercato italiano e in questa fase la riduzione del reddito delle famiglie legato all’inflazione non potrà che avere ripercussioni sul mercato interno».

Altro dato interessante l’identificazione dei competitori: per entrambe le categorie sono i produttori italiani (44%), seguiti da quelli europei (31%) anche se i primi sono ritenuti più “pericolosi” dalle pmi (53%) e i secondi dalle grandi (44%).

Infine le criticità: in testa c’è il reperimento di manodopera, schizzato in un anno dal 27% al 51% delle risposte.

I COMMENTI. «Questi dati – sottolinea il presidente Giorgio Villa – mostrano come l’andamento positivo registrato nei mesi scorsi non fosse temporaneo, ma un segnale di crescita strutturale. Il 2022 si è chiuso in maniera positiva, trainato come mercato soprattutto dagli Usa, che hanno vissuto una forte ripresa e danno anche ottimi segnali per il 2023, ma anche la Cina resta un mercato di riferimento. Ad aiutare, poi, sono state anche la ripartenza delle fiere e del turismo, dopo la rimozione delle restrizioni. Resta il problema della produttività e della manodopera, a causa dei colli di bottiglia per cui il mercato è alla ricerca di personale specializzato. A questo le grandi aziende stanno facendo fronte con acquisizioni. Serve però anche un’azione d’informazione, affinché i giovani capiscano che il settore orafo è bello e si può anche guadagnare bene».

Altrimenti, sottolinea il past president Augusto Ungarelli, la situazione potrebbe aggravarsi «a fronte di una crescita della domanda che richiederà un aumento della produzione. È importante che il settore si apra all’esterno».

vicenzaoro.com
clubdegliorafi.it

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