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Sergio Squarcialupi. “Il Futuro di Unoarre? Ritornare ai nostri prodotti classici”

C’è ottimismo nelle parole di Sergio Squarcialupi, patron della chimet che a marzo ha rilevato la unoaerre industries, la storica azienda aretina il cui nome è noto in tutto il mondo.

AREZZO SERGIO SQUARCIALUPI

La società e i suoi oltre 350 dipendenti hanno vissuto anni difficili ma ora, con la nuova gestione, si apre più di uno spiraglio.
Facciamo un passo indietro: una grave crisi porta nel 2010 alla liquidazione, dopo una riduzione significativa del patrimonio netto (un terzo del capitale sociale nominale) e una ricapitalizzazione con la costituzione della Unoaerre Industries Spa (UAR) . Nominato pochi mesi dopo il collegio di liquidazione, composto da Gino Faralli, Alessandro Benocci e Luciano Bertolini, l’assemblea straordinaria modifica la denominazione sociale in Realizzazioni e bonifiche Arezzo.

La Uar delibera l’acquisizione della Unoaerre e nomina nel Cda i tre liquidatori con l’aggiunta di Luca Benvenuti e di Sergio Squarcialupi che, pur non avendo al momento alcun ruolo negli organi sociali, è stato amministratore delegato fino al 1999 e la conosce bene. Poi la richiesta di ammissione al concordato preventivo, concesso, e la nomina dei commissari giudiziali. La Uar chiude un finanziamento di 10 milioni di euro con Banca Cassa di Risparmio di Firenze e Monte Paschi di Siena.

Lo scorso luglio il concordato viene omologato. Il resto è storia recente: la Richline International di Warren Buffett (già proprietaria di Erz, Carniani e 7Ar) fa la sua offerta, scalzata da quella di Squarcialupi tramite la sua Osea Srl, che promette un acquisto immediato e non successivo all’affitto, come invece proposto dagli americani. Dai primi di giugno nuovo Cda (in cui figurano Sergio Squarcialupi, amministratore, suo figlio Andrea e Luca Benvenuti, financial manager di UnoAerre e Chimet) e nuova ricapitalizzazione.

Si riparte con il piede giusto. Nella produzione la tendenza è stata già invertita, ma l’amministratore delegato della società, simbolo del distretto orafo aretino, punta ancora più in alto.

I prodotti della Unoaerre sono conosciuti ovunque. Come è nata la sua crisi?
«La gestione tramite un fondo finanziario ha messo in gravi difficoltà l’azienda, difficoltà che si sono ingigantite fino a portarla alla liquidazione e al concordato preventivo. Le banche hanno chiesto a me di rimettere a posto la società. Oggi, mentre molte imprese soffrono, noi abbiamo invertito la tendenza negativa. La Unoaerre ha grandi possibilità».

Quali sono?
«Tutti i giorni offriamo campioni nuovi, inventiamo prodotti. Sappiamo fare tutto, quello della Unoaerre è un fare popolare. Come lavorazione abbiamo già un fatturato a +25 per cento rispetto all’anno scorso, che già era in ripresa del 20 per cento sul 2010. Siamo in un punto del tunnel da cui si intravede la luce».

Quali sostegni e quali ostacoli ha incontrato lungo il cammino di “salvataggio” della società?
«Il distretto è stato dalla nostra parte. La Unoaerre è un biglietto da visita del comparto nel mondo, ma in questa avventura ho sentito la forza propulsiva di tutto il territorio e delle aziende orafe: gli aretini sono nati qui dentro. Le istituzioni hanno dato il loro contributo: i sindacati, il Comune, la Provincia, la Regione. Abbiamo avuto l’appoggio di tutti, ora sta a noi».

Che ruolo avrà l’export in questa ripresa?
«Senza l’estero saremmo morti. Siamo in tutto il mondo, dall’Australia agli Usa, da Dubai all’Europa. Non senza difficoltà: i prodotti richiesti sono diversissimi, c’è da mettere insieme tanta varietà per seguire tutta la clientela. Abbiamo un know how notevole grazie al quale ci adattiamo facilmente alla nuova domanda anche se le difficoltà ci sono, e sono dappertutto».

Dov’è la soluzione?
«Ritornare ai nostri prodotti classici e migliorarci sempre più in qualità e design imparando dai nostri stessi clienti: ne abbiamo di grandi, come Cartier, Bulgari, Damiani, Prada. Da loro dobbiamo prendere in prestito l’ossessione per la qualità».

Il dado è tratto, la Unoaerre è salva e sta sempre meglio. Ora glielo si può chiedere: perché lo ha fatto?
«Sono praticamente nato in Unoaerre. Sono laureato in chimica e ho lavorato a lungo nel recupero dei metalli preziosi. Poi, di recente, l’ho amministrata, ci sono praticamente cresciuto, anche se nel frattempo ho fondato la Chimet. Non voglio sembrare sdolcinato, ma la scelta di tornare in prima linea è stata una questione di affetto, non di interesse: se ci saranno dei guadagni saranno della società, non miei. Sono affezionato a questa realtà che tanto significa per me e per l’intero distretto. Glielo dovevo».

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