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Sara Lubrano:
una woman story nella Napoli bene

Il piacere e il coraggio di vivere il proprio sogno

È spoglio dell’appeal dei palazzi nobiliari infilati lungo il quartiere Chiaia, ma l’apparente semplicità si perde nel dinamismo che di sera lo vede primo attore tra le viuzze più frequentate della movida, di giorno punto di ritrovo degli amanti dello shopping esclusivo.

Benvenuti in Vicoletto Belledonne, crocevia di passate aristocrazie e nuove tendenze.

Proprio nel mezzo, al numero 7, in una bottega/atelier, che delle due facce urbane ha sia il gusto della convivialità sia il piacere del linguaggio sofisticato, mi accoglie Sara Lubrano, “donna sognatrice come una bambina ma pratica e determinata”, come si definisce. Designer orafa dal fare aperto e cordiale. Solare. Lo dice finanche la piastrella che campeggia all’ingresso.

È qui che immagina, disegna, modella pezzi sartoriali intolleranti alle omologazioni, spesso unici, su richiesta (magari in linea con un particolare abito, quasi una consuetudine tra le affezionate clienti che hanno fatto del passaparola la sua principale forma di comunicazione), ma con un saldo proposito: prendere dalla tradizione per sostenere l’artigianato. Già, perché è il fatto a mano il terreno in cui mette a dimora il proprio talento.

C’è tanto da guardare in questo spazio addomesticato combinando cose. Un piccolo spazio dominato da una sensazione di familiarità. La porta a vetri, punto di osservazione, tiene fuori il caos in contraltare al tempo che dentro scorre tra storie di vita, abilità, spensieratezza, attrezzi del mestiere, gioielli e cassettini. In uno è chiuso il grande sogno: “Creare una galleria dedicata ad arte e creatività dove poter vedere lavorare dal vivo, seguire corsi di gioielli, pittura e restauro, comprare oggetti e mobili rivisitati. Poter bere qualcosa ascoltando musica anche dal vivo ed accogliere artisti dal mondo”. E come se avesse superato i limiti, aggiunge sorridendo: “Vabbè, appunto un sogno”. Ma ha le corde giuste perché si avveri.

In tutto c’è passione, assertiva dell’animo mediterraneo – sua è la ‘Mitra della Rinascita’, accessorio liturgico che smette di essere reverenziale per offrirsi come visione d’insieme sull’arte, sul misticismo e sullo spirito narrativo di devozione popolare dei napoletani. Ora, quest’audace traduzione del sacro che penetra nella memoria della città, per volere della Deputazione del Tesoro di San Gennaro è parte dell’omonimo museo attiguo al Duomo. “L’esposizione è un fatto eccezionale e per me molto significativo se si tiene conto che ad oggi è l’unica opera in mostra di un’artista donna vivente”.

“Essere propositiva è il mio mantra, le difficoltà, gli incidenti di percorso non mi incattiviscono, anzi, in ogni accadimento cerco di trovare un perché che diventi uno sprone a migliorarmi”.

Per Sara Lubrano percorso accademico e percorso professionale sono due vie parallele che non si sono mai incontrate. Il “cosa fare da grande” le è sempre stato chiaro e, lasciandosi guidare dall’istinto e dall’entusiasmo, dopo la laurea in tutt’altro settore, ma non prima di essersi affinata all’Accademia delle Arti Orafe di Roma, ha preso in mano la vita e si è messa in proprio. “Essere propositiva è il mio mantra” afferma risoluta, e aggiunge “le difficoltà, gli incidenti di percorso non mi incattiviscono, anzi, in ogni accadimento cerco di trovare un perché che diventi uno sprone a migliorarmi”.

Tentata da forme organiche argomenta prendendo sollecitazioni dalla natura, con cui si tiene in connessione con rispetto. “Dal packaging fatto tutto a mano di carta, all’approvvigionamento delle materie prime presso fornitori di fiducia che mi garantiscono qualità e tracciabilità del prodotto, e fino all’arredamento che ho disseminato di piantine come fosse una piccola oasi per un’urgente simbiosi con la terra, faccio quello che posso a salvaguardia dell’ambiente”.

Quando invece l’ispirazione fa rima con immaginazione intreccia pattern geometrici che ingannano lo sguardo. Particolare è l’uso del colore che, anche nella sua pienezza, è dosato con gentilezza, in forma di pietre o di smalti dalle nuances accese o calde. È evidente che pure la scelta delle gemme non è mai casuale, basti guardare come le tiene tra le mani, con quale trasporto ne svela le individualità. “Le acquisto quando sono in giro per il mondo ma mai per necessità, piuttosto per ‘attrazione’. Ne avverto subito gli effetti benefici e le scelgo per la forma, strana o perfettissima, ma più spesso per il colore che è una presenza imprescindibile nella mia vita e nel mio lavoro. Senza colore non ci può essere energia!”.

Molto crea con l’oro, molto altro con l’argento ed il bronzo, anche accostati e spesso dalle superfici lavorate secondo l’antica tecnica della cera persa con quella composta imperfezione che diventa nuovo volto anche degli stereotipi. Ma non manca neppure la seta di San Leucio con cui realizza la bag Fibula dalla doppia estetica impreziosita dal gancio/gioiello che riprende il logo, rilettura dell’antica monachina romana e, non volutamente, della propria iniziale. Altro dettaglio distintivo.

Un gioiello è qualcosa di magico, un amuleto in cui la mia forza diventa la sua anima, e chi lo indossa lo percepisce

È un fare che ha richiamato meritati riconoscimenti (ha all’attivo collaborazioni con Mararo, Scuderia Ferrari Golf Club, Vittorio Pappalardo Vip…) e affascinato un pubblico di esigenti che compra perché nel suo gioiello trova un significato, qualcosa che rimane. “Un gioiello è qualcosa di magico, un amuleto in cui la mia forza diventa la sua anima, e chi lo indossa lo percepisce. Creare è un’esperienza straordinaria, è un incontro diretto con la materia e i suoi poteri. È una forma di comunicazione che scrivo secondo un mio personale lessico.” E a chi ti chiede di replicare un modello, cosa rispondi? “Capita. Allora espongo le mie considerazioni in merito cercando di persuadere il cliente dell’importanza dell’unicità”. Quando ciò non è possibile? “Taglio con un no categorico.”

È chiaro che è questo il suo universo, ma prima di salutarci, provocatoriamente, le domando, domani come sarà? “Non saprei, mi piace vivere il presente”. Replica con sincera imprevedibilità.

© foto Udalrigo Massimo

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