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Export Valenzano in Calo. Barberis: «Recupereremo. Qualche segnale si vede già». Crivelli «C’è voglia di trovare una soluzione tutti quanti assieme».

Il presidente dell’Associazione orafa valenzana, guarda senza allarmi ai dati diffusi da Banca Intesa, che per il suo distretto registrano una ripresa più lenta rispetto a quella dei colleghi vicentini e aretini. Alessia Crivelli conferma che Il settore a livello di rete vendite c’è ed è forte.

L’export valenzano è stato quello che ha sofferto maggiormente nel 2020. «Ma sono solo ordini rinviati». Francesco Barberis, presidente dell’Associazione orafa valenzana, guarda senza allarmi ai dati diffusi da Banca Intesa, che per il suo distretto registrano una ripresa più lenta rispetto a quella dei colleghi vicentini e aretini.

I NUMERI

Se, infatti, in Veneto la risalita degli Usa ha fatto tornare l’export in territorio positivo nel quarto trimestre (+4,7%), risollevando la media dell’anno fino a -21,4% e lo stesso è successo in Toscana, pur con numeri inferiori (-1,3% nel quarto trimestre; -29,1% nell’anno), questo fenomeno non ha toccato il Piemonte, che in questo caso fa storia a sé.

Qui infatti anche l’export verso gli States è rimasto in territorio negativo (-12,9% nel quarto trimestre e -55,4% nell’anno) portando a un bilancio finale di -23,7% di esportazioni negli ultimi tre mesi del 2020 e di -44% in totale.

Nello specifico, ingenti sono pure i cali verso Hong Kong, che risente anche della situazione politica (-29,2% nel 2020) e il Regno Unito (-42,1%), entrambi comunque migliorati nel quarto trimestre.

È invece legato al trasferimento del centro di distribuzione di Bulgari in Irlanda il picco (+231,5%) di export verso la Terra Verde, dal quale consegue soprattutto il -54,2% verso la Francia e il -75,4% verso la Svizzera.

Tralasciando, appunto, i numeri legati a scelte strategico-logistiche, resta una diminuzione importante, che secondo Barberis, però, rispecchia solamente un rinvio degli acquisti da parte dei clienti più facoltosi, dovuto alla mancanza di occasioni d’acquisto e mondane/sociali a causa della pandemia.

«Da marzo 2020 – racconta – abbiamo cercato di tenere aperto il più possibile in sicurezza, per dare un segnale di distretto vivo e presente verso l’estero. Quando eravamo chiusi, ovviamente, c’era la paura che i clienti si rivolgessero ad altri, ma questo pericolo è stato scongiurato. La situazione, però, non è uniforme, perché siamo una città divisa in due: chi lavora per i grandi brand ha tenuto abbastanza bene, pur con una diminuzione degli ordini; chi invece ha vissuto un periodo peggiore sono stati i marchi storici». I quali, appunto, hanno sofferto la chiusura del dettaglio, l’impossibilità di incontrarsi e la mancanza di eventi.

«Queste aziende sono state penalizzate dalle difficoltà del dettaglio, perché i nostri prodotti non sono ancora vendibili da remoto. Per il gioiello d’alta gamma è prematuro, anche se ci sono progetti in tal senso, mentre la vendita è ancora in presenza. I marchi, quindi, hanno risentito dell’assenza di momenti d’incontro come fiere e viaggi all’estero. Oggi l’unico mercato aperto in sicurezza è Dubai, ma manca la presenza fisica in Usa, Giappone, Sudest asiatico, Russia, paesi ex sovietici e Medio Oriente, a parte Dubai».

L’altro problema, poi, è stato il rinvio di tutte le occasioni mondane, per le quali si acquistano i gioielli. «Ad esempio, in Medio Oriente seguiamo i matrimoni, che sono stati rimandati per l’impossibilità di organizzare feste, visto che là queste occasioni sono celebrate in grande. Per noi il 2020 non ha visto una riduzione, ma un azzeramento. L’altro lato della medaglia è che questo non è dovuto a un’assenza di clienti, ma a un “congelamento” della situazione, che recupereremo. Qualche segnale si vede già».

Conditio sine qua non, però, che si ricominci a viaggiare. «Adesso aspettiamo che la politica di vaccinazioni migliori la situazione, che si aprano le frontiere e che ci sia quindi una ricaduta sui consumi e sui viaggi, visto che abbiamo perso anche tutte le vendite ai turisti nelle città d’arte». Non è invece preoccupato per l’occupazione. «Le aziende, un po’ dovendo sostenere meno spese, un po’ grazie agli interventi governativi, hanno tenuto botta e non abbiamo avuto situazioni drammatiche dal punto di vista dei posti di lavoro o della tenuta sociale. Se ci sarà una ripartenza, questo problema non si presenterà, perché Valenza è ancora un distretto che cerca manodopera e dove la formazione è importante».

La formazione è uno dei punti che stanno particolarmente a cuore ad Alessia Crivelli, presidente della Fondazione Mani Intelligenti, che guarda al 2021 con ottimismo e sensazioni tutt’altro che negative.

«Sull’export siamo tutti un po’ bloccati, perché abbiamo dovuto reagire a una situazione di emergenza, con il blocco delle fiere di settore, che per noi sono una fonte vitale di business, soprattutto per chi lavora in BtoB e ha bisogno di parlare coi clienti e far vedere le proprie cose. C’è stata una reazione di digitalizzazione forzata, utilizzando ciò di cui avevamo a disposizione. Anche quest’anno non sappiamo in che acque navighiamo, per le fiere speriamo nel terzo trimestre. L’unica è stata Voice, che è stata una splendida iniziativa di Ieg. Io vedo voglia di ripresa da parte dei rivenditori, che si sono lanciati sul digitale e sono diventati dei consulenti, versatili nel dare al loro cliente un servizio funzionale e presente nonostante le limitazioni. Il settore a livello di rete vendite c’è ed è forte. Ho una sensazione di grande unità, anche a livello di associazioni di categoria, c’è voglia di trovare una soluzione tutti quanti assieme».

E per quanto riguarda Valenza sottolinea che «abbiamo chiuso solo durante il primo lockdown e non ci siamo mai fermati, anche quando i rivenditori erano chiusi, perché si sono trasformati sul digitale. Siamo stati bravi tutti a reagire subito, senza pensare a ciò che ci avevano tolto».

La stessa cosa l’ha fatta come Fondazione, trasferendo i progetti programmati con le scuole sul digitale, per sopperire al fatto di non poter accogliere i ragazzi in azienda con l’alternanza scuola lavoro.

«Abbiamo cercato di dare agli studenti qualcosa di creativo e alternativo in un momento difficile. Per quelli di terza media abbiamo lanciato il contest “Jewellers Junior Program” chiamando una designer che lavorasse con gli insegnanti di storia dell’arte e disegno geometrico per far creare agli studenti un gioiello ispirato a personaggi a loro vicini. Hanno lavorato circa 180 ragazzi, ai quali abbiamo fornito un kit iniziale. I vincitori si sono aggiudicati premi tecnologici e buoni, ma resterà aperto fino a fine anno, perché in palio ci sono tre borse di studio per chi si iscriverà o al liceo artistico o al Foral».

Un altro progetto, molto articolato, ha poi riguardato le superiori: se infatti i ragazzi di quarta dell’artistico hanno potuto continuare l’apprendistato, quelli di terza sono stati sfidati a creare un’azienda, per produrre un gioiello rivolto a un target over 30, coinvolgendo anche i colleghi del linguistico e di ragioneria, ognuno con mansioni coerenti al proprio indirizzo di studi. «Siamo entrati noi a scuola, portando testimonianze affinché potessero avere strumenti concreti per lavorare, sapendo cosa si fa realmente in azienda e stiamo toccando tutti gli aspetti dell’impresa. In un momento di didattica a distanza abbiamo cercato di ascoltarli».

E i risultati sono arrivati, in entrambi i casi. «Quando abbiamo concluso il concorso dei ragazzi di terza media ero commossa, perché nonostante il momento di chiusura hanno avuto una creatività straordinaria. È importante tenere alta la formazione e lo scambio, perché le aziende continuano a creare ed è importante comunicarlo a loro, perché le idee che ci danno sono molto belle. Hanno una capacità di interpretare i social media, il digitale, che a noi serve ed è più facile che siano loro a indicare a noi il linguaggio più giusto per poter comunicare».

Ma i progetti non si fermano qui. «A ottobre partiremo con l’Its orafo e stiamo lavorando per candidare Valenza a Città Creativa Unesco».

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