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L’oro degli Sciti. Un patrimonio a rischio

C’è grande preoccupazione per una parte del prezioso patrimonio ucraino. I russi avrebbero rubato opere d’arte di valore dai musei di Melitopol e Mariupol

Formella in oro a forma di cervo, utilizzata per decorare uno scudo di guerriero (VI secolo a.c.)

Preziosi, particolari e identificativi di un’epoca e di un dato territorio gli ori degli Sciti sono ritornati alla ribalta più che per la loro eccezionalità, per la loro presunta sottrazione dai musei ucraini durante gli scontri in corso nel territorio ucraino. Ma chi erano gli Sciti e perché sono noti principalmente per la loro produzione orafa?

Stiamo parlando di un popolo nomade indoeuropeo (come ci ha tramandato lo storico greco Erodoto), principalmente dedito all’arte della guerra e vissuto nel territorio della Scizia, un’area identificabile oggi nel territorio che comprende Kazakistan, Russia meridionale e Ucraina. Le loro attività sono rintracciabili storicamente fino al IV secolo a.C., età che corrisponde al periodo di maggior prestigio di quella che viene definita arte scita.

Data la natura nomade di questo popolo, le principali produzioni artistiche erano legate a prodotti di facile trasporto come i gioielli e gli apparati decorativi per i cavalli e gli abiti. I materiali adottati erano vari, dal legno alla pelle, dalle ossa al bronzo, al ferro e l’oro molto utilizzato (si stima che siano stati ritrovati oltre ventimila pezzi realizzati nel prezioso metallo). Come in tutte le civiltà, proprio l’oro giocava un ruolo speciale grazie anche alla sua valenza sacra e rituale, infatti, le prime produzioni a loro riconducibili sono strettamente connesse all’arte venatoria e si rifanno a soggetti come cervi, gatti, uccelli, orsi e lupi, animali della fauna locale cacciati per nutrizione e per le pelli. Le figure animali ritratte, assunsero col tempo uno stile più decorativo come nel caso delle figure dei cervi accovacciati con le corna chiuse ad anello e, per il loro valore simbolico le placche erano indossate e presenti sugli oggetti personali come le spade, i pugnali e in generale gli attributi di guerra, in particolar modo l’arco che rappresentava la loro arma principale.

Placca in oro a forma di cervo sdraiato

Quando alla fase guerriera si affiancò poi una maggiore attività commerciale con l’espansione verso ovest, gli Sciti raggiunsero i confini del mondo greco avviando quel mélange culturale tipico della reciproca connessione delle culture. Le produzioni orafe ne furono influenzate e spesso alcuni prodotti furono realizzati proprio dagli artigiani greci per gli sciti.

Orecchini in oro con pendenti a barchetta. Oro e smalto (IV sec. a. C.)

Questa epoca di maggiore stabilizzazione, sostenne la creazione di nuovi insediamenti permanenti perlopiù rintracciabili sull’attuale territorio ucraino, la cui posizione geografica per le basse temperature nel corso dei secoli, ha garantito una buona conservazione delle sepolture; spesso il congelamento infatti, ha lasciato integri gli oggetti più deperibili come i tessuti, le sculture in legno, gli arazzi e perfino i tatuaggi sui corpi. Il preservarsi di queste sepolture ha fatto si che dal loro ritrovamento si comprendesse bene come gli abiti dei nobili fossero ricoperti proprio dalle placchette in oro lavorate a rilievo. Anche la cultura funeraria degli Sciti (come per molti popoli dell’antichità) infatti, prevedeva che il defunto fosse fornito di tutto il necessario e questo ha fatto si che i corredi rimasti intatti rappresentino un patrimonio non solo culturale ma anche patrimoniale.

L’arte scitica cerca di mescolare tutte le forme ferine in una paurosa confusione di membra: in una specie di sovra-animale, dove il predatore e la preda, il carnefice e la vittima, il gesto di aggredire e quello di lasciarsi immolare disegnano una figura unica.

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Molte delle sepolture scite sono state rinvenute in forma di tumuli che purtroppo nei secoli sono state depredate disperdendo parte del patrimonio (ed oggi a seguito dei bombardamenti lungo i territori non si conosce la loro sorte). Ciononostante, gli scavi hanno consentito la ricostruzione degli apparati decorativi, infatti, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, in molte tombe femminili sono stati ritrovati orecchini in oro ricoperti da leggeri strati di filigrana e con pendenti, la cui qualità di realizzazione ha suscitato interesse anche per il modo in cui sono saldati i singoli elementi, una tecnica raffinata che affascinò anche il famoso gioielliere Carl Fabergé.

Il pettorale d’oro, ha un peso di circa 1,2 kg ed ha un diametro di 30,6cm

Una delle sepolture più ricche fu scoperta nel 1971 nella regione di Dnipropetrovsk (distante poco meno di 300km dalla ormai tristemente nota Mariupol). Negli scavi sono stata trovati tra gli altri gioielli, ben undici anelli d’oro (indossati da una donna) ed uno straordinario pettorale, anch’esso in oro – quasi certamente opera di un artigiano greco – riccamente decorato con tre ordini di immagini rappresentanti la Cosmogonia degli Sciti. Il livello inferiore raffigura mitici grifoni (che secondo la tradizione custodivano l’oro nel profondo nord) e predatori felini (questa fascia rappresenta il mondo della morte), quello intermedio contiene uno schema di piante con uccelli (simbolo, probabilmente, della preparazione ad un nuovo ciclo solare in primavera), mentre quello superiore è decorato con scene domestiche con al centro due Sciti che stanno ammirando il vello d’oro (ed è evidente il ciclo della nascia). Questo complesso e raffinato monile rappresenta uno dei capolavori assoluti dell’arte scita, oggi custodito al Museo dei Tesori Storici dell’Ucraina, Kiev, che pare, attualmente non abbia subito danni o furti.

Il pettorale d’oro (dettaglio)

I reperti delle più importanti sepolture nomadi sono perlopiù rimasti nei paesi in cui sono stati ritrovati, o almeno nelle capitali degli stati in cui si trovavano al momento del ritrovamento, tanto che molti reperti provenienti dall’Ucraina e da altri paesi dell’ex Unione Sovietica si trovano oggi in Russia dove, il Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo conserva la più antica e cospicua collezione di arte scita.

Tanti altri ritrovamenti furono localizzati poi nel territorio della Crimea e in luoghi i cui nomi oggi ci risuonano familiari, come Melitopol, la cui collezione del Museo di storia locale potrebbe essere oggetto di furto e saccheggio proprio a seguito della guerra (così come riferito alla stampa uno dei dipendenti del Museo stesso e dal sindaco della città che avrebbe dichiarato al notiziario Ukrinfom: «il museo di storia locale è stato completamente saccheggiato e la storia di Melitopol è stata derubata dagli occupanti russi», mettendo in guardia che l’oro degli Sciti è «a rischio di essere trasferito in Crimea»); oggi la città è in mano all’esercito russo e, secondo le fonti Ssarebbero stati portati via “almeno 198 oggetti d’oro, compresi ornamenti a forma di fiori, piatti d’oro, rare vecchie armi, monete d’argento e medaglie speciali”.

Pettine d’oro raffigurante una scena di battaglia (V sec. a. C.)

Purtroppo la recrudescenza degli avvenimenti e la contaminazione delle informazioni non ci consentirà di comprendere a breve termine il reale valore di quanto sia accaduto realmente al patrimonio culturale ucraino. Nonostante l’altissimo valore intrinseco di questi bene è forse ora il caso solo di augurarci che le attività belliche possano interrompersi ed evitare tante altre morti.

Come sempre l’uomo è al centro di tutto e ogni singola vita persa continuerà a rappresentare una grande sconfitta per l’umanità.

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