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Distretti italiani, l'export rallenta ma tiene. Una prima vera ripresa attesa nel 2014

Rallenta ma non si ferma l’export dei distretti: nel 2012 il 52% del loro fatturato si è collocato sui mercati esteri, ma c’è maggiore ottimismo per l’anno in corso e per il 2014. È questo in estrema sintesi quanto emerge dal IV Rapporto dell’Osservatorio nazionale dei distretti italiani, risultato del lavoro congiunto di Unioncamere, Federazione dei distretti italiani, Intesa Sanpaolo, Banca d’Italia, Censis, Cna, Confartigianato, Confindustria, Fondazione Edison, Fondazione Symbola e Istat. Il rapporto 2013 appena pubblicato evidenzia rischi e opportunità di sviluppo del modello distrettuale italiano, stretto tra una significativa tenuta dell’export e la continua contrazione della domanda interna. In generale, l’export rappresenta ancora oltre la metà del fatturato delle imprese dei distretti: a questi “campioni dell’Italian Style” fa riferimento ancora oggi più di un quarto delle vendite estere di tutto il sistema Paese. Malgrado le difficoltà, infatti, queste realtà produttive portano a casa un risultato complessivamente positivo nel 2012, e per il 2013 il 37,4% delle imprese appartenenti alle filiere distrettuali si attende un andamento crescente delle esportazioni. Tra quelli esaminati dal Rapporto, anche i distretti orafi di Vicenza, Valenza e Arezzo. Resta forte la difficoltà di accesso al credito, uno dei problemi più frequenti con cui si interfacciano le imprese delle filiere distrettuali che incide anche sulla capacità di fare innovazione. Il diverso posizionamento strategico – e la conseguente dispersione delle performance – viene affrontata nel Rapporto classificando e valutando i distretti in base a 16 indicatori relativi ad alcuni parametri legati all’innovazione: produttività, intensità brevettuale e spesa in R&S, qualità e formazione del capitale umano, utilizzo di ICT, sviluppo di reti di imprese. Da questa graduatoria emerge una correlazione significativa tra grado di innovazione e performance dei distretti. Al vertice della classifica così realizzata si pone il Distretto del Mobile della Brianza, dove l’indice della maggior propensione all’innovazione assume il suo valore massimo (632) . Il distretto orafo di Vicenza si inserisce, in questa classifica, all’undecismo posto con un indice di 579: parecchio più avanti si trovano quello di Valenza (57esimo posto,  indice di 516) e di Arezzo (al 61esimo posto, con un indice di 496). Il distretto piemontese, inoltre, si è classificato al terzo posto per uno dei 16 indicatori che compongono l’Indice Confartigianato del contesto per l’innovazione dei Distretti, quello relativo alla Spesa R&S, mentre Vicenza è prima per la voce “Incidenza valore aggiunto Manifatturiero”. Tornando ai dati generali emersi dal Rapporto, se l’export tiene, la domanda interna è ancora in forte contrazione: calo stimato del fatturato complessivo (a chiusura del 2012) pari a -2,8%, solo in parte bilanciato dalla debole ripresa prevista nel 2013 (+1,1%). Il quadro delineato evidenzia tuttavia i rischi di un pericoloso cortocircuito del modello distrettuale, dal momento che la crescita delle esportazioni e l’intensificazione dei processi di internazionalizzazione sembrano produrre ricadute ancora limitate sia sul territorio, sia sulle filiere di appartenenza. Quattro le strategie da mettere in campo per risolvere le criticità: investire in competenze e managerialità; allungare le filiere e rafforzare il raccordo con l’offerta di terziario innovativo; riposizionarsi sui mercati esteri; ridefinire il rapporto con le banche. “Allungare le filiere, conquistare nuovi mercati lontani, reinventarsi ogni giorno con intelligenza e flessibilità – evidenzia Valter Taranzano, Presidente della Federazione dei Distretti Italiani – fa parte del DNA dei Distretti Italiani. Dove, da soli, non si può fare nulla è sul credit crunch e soprattutto nel difficile rapporto con le banche. Ci si deve con forza aggregare affinché venga risolto questo grave problema che ha già messo in ginocchio la manifattura italiana”. “Lo scenario di crisi che si protrae ormai da tempo – ha sottolineato il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello – impone alle imprese distrettuali un nuovo salto di qualità, con l’innesto di nuove competenze che uniscano a quel ‘saper fare’ specifico ereditato da secoli e ‘figlio’ dei territori, un plus di conoscenze di processi, di prodotti e di mercati. Questa strategia passa necessariamente attraverso il capitale umano, favorendo gli investimenti in percorsi formativi più adatti alle esigenze delle imprese”. Nei 101 agglomerati produttivi esaminati dall’Osservatorio dei distretti italiani, a fine 2011, operavano 274.055 imprese (4,5% del totale nazionale), di cui 173.844 di natura manifatturiera, pari al 28,1% del totale dell’economia manifatturiera italiana. L’insieme delle imprese operanti nelle filiere distrettuali ha realizzato nel 2011 il 6,9% (74 miliardi di euro) del valore aggiunto di tutta l’economia del Paese (il 26,3% facendo riferimento al solo manifatturiero) e il 25,6% dell’export totale (96,3 miliardi di euro). Le stime relative al consuntivo del fatturato per il 2012 fanno temere un ridimensionamento, assolutamente non apprezzabile nel 2011, quando le imprese distrettuali avevano invece registrato una crescita del 5,5%. Sono il 14 per cento in meno le aziende dei distretti che hanno segnalato un incremento del fatturato nel 2012 rispetto all’anno precedente (25,7% contro 39,9% nel 2011) e raggiunge quota 51  (quasi il doppio rispetto all’anno precedente) la percentuale di imprese che segnala una riduzione di questo indicatore. Cautela per il 2013: il 27,5 per cento delle aziende prevede un aumento del fatturato (attesa invece una diminuzione per il 20,2 per cento), il 25,8 per un aumento della produzione (19,6 per cento una diminuzione), il 18,8 per cento un aumento della redditività (22,3 per cento una diminuzione); più della metà delle aziende prevede una stabilità in quasi tutti i parametri considerati. Per vedere valori più consistenti occorrerà attendere il 2014, con una probabile crescita del fatturato del 4%. La ripresa dell’export si confermerebbe, ad ogni modo, trainata dai Paesi extra-Ue (nel 67,5% dei casi, con segnalazioni di crescita più frequente per gli Stati Uniti, per la Russia e i Paesi dell’Est, per la Cina e, soprattutto, per il Far East, a partire dal Giappone), mentre tra i Paesi dell’Unione europea tiene ancora bene il mercato tedesco (che da solo concentra quasi la metà delle segnalazioni di incremento relative all’insieme dei mercati “domestici” dell’Ue). Sulla futura performance dell’export distrettuale potrebbero tuttavia incidere diversi fattori e, in particolare, il rallentamento delle nostre esportazioni verso i Paesi Ue. Inoltre, numerosi sono i segnali di progressivo mutamento in alcuni mercati strategici “presidiati” dai distretti produttivi, in particolare Cina, Russia e India, dove si rileva una graduale sostituzione con proprie produzioni di alcuni beni intermedi fino ad oggi importati, una domanda più sofisticata soprattutto dei prodotti made in Italy di fascia medio-alta e l’imposizione di condizioni di accesso al mercato più complesse (dazi, organizzazione di reti distributive locali, ecc.) che i distretti devono dimostrare di saper gestire e affrontare.  ]]>

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