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Un lavoro o uno status?

man loudspeaker1 Un lavoro o uno status?

La vita quotidiana è fonte di continua ispirazione per la mente di ciascuno di noi, ma io un particolare tributo devo riconoscerlo a Prima comunicazione, la testata che fin dal 1973 fa le pulci al mondo dell’informazione. E così, come già mi è capitato in passato, le mie riflessioni partono da un titolo, tanto semplice quanto immediato, pubblicato sull’ultimo numero della rivista. «Non ci sono più i PR di una volta», seguito da un’amara riflessione scaturita dal continuo e massacrante ricambio attuale nei ruoli centrali delle pubbliche relazioni: «Un tempo i direttori della comunicazione sposavano l’azienda per decenni». Ora, non è che voglio asserire che io sia un dinosauro – il che, per carità, ci può anche stare e manco mi vergogno – ma quello che ho letto corrisponde alla mia visione delle cose.

Qualche sera fa ero ad una presentazione della nuova veste di una celebre rivista: sono rimasta stupita non tanto per il numero di addetti alla comunicazione di vario genere e fattura, quanto per la loro uniforme identità visiva. Sì, parlo proprio di come appaiono: se li avessi incontrati in un bar della provincia, e non ad un evento pubblico, avrei pensato immediatamente “Questo qui è un PR”. Per il vestiario, certo, ma anche per quell’atteggiamento che comunica questo messaggio: “Io sono un professionista, non mi sporco le mani, non fatemi fare nient’altro che comunicare”. Mah. Troppa l’offerta, penso, e troppo scarse le competenze. Mica è detto che dobbiamo essere tutti professionisti e intellettuali? Lo ribadisco: mancano idraulici e falegnami, qualcuno di noi dovrà pure avere ’sta vocazione.

Da mestiere a status, mi viene da dire. Ma la colpa, credo, non è soltanto di questi giovani ragazzi sballottolati da un’azienda all’altra – il che, sotto sotto, li rende strafelici, così possono allungare a dismisura il loro curriculum vitae (il mio è una paginetta) – ma anche delle aziende stesse, che non sono preparate a questo mondo. Me ne accorgo continuamente, nella mia vita quotidiana fatta da decenni di public relations: si è invertita la rotta del mio lavoro e della necessità che la società ha della mia esperienza. Una volta, durante un incontro faccia a faccia con un nuovo “cliente”, mi è stato detto: «Adesso mi deve dimostrare che io ho bisogno di lei». «Non ci siamo capiti: è lei che mi ha chiamato ed è lei che mi deve dire di cosa ha bisogno, quali sono le strategie aziendali che io poi eseguirò», ho risposto alzandomi, ringraziando e andando via. Ma per favore!